Home
Interactive-GADD
Benvenuti a FOGGIA !
...SE POT' FA' !!!
FOGGIA che vale...
GADD-Map
Schede collegate:
La Lippa (màzze e bustìche)
di: Raffaele de Seneen
La Lippa (màzze e bustìche)
...Giochi popolari

Id.#404
Likes: 0     modifica
elimina
 

La Lippa (màzze e bustìche)
&npsb;

link al sito di La Lippa (màzze e bustìche)
Se da ragazzotti qualcuno, un amico, ci avesse invitato dicendo:”Vuoi giocare alla lippa?”, lo avremmo guardato male, strano e storto.

Quel termine risulta un po’ spocchioso alle nostre orecchie meridionali, sa tanto di presa per il culo di origine
tardo-nordica-piemontese.
Provate pronunciarlo in quel dialetto, con la do...ppia “p” che si perde nel vuoto, e la “a” finale che si allunga in un esclamativo di uno che ha già dimenticato ciò che sta dicendo.

Per noi lippa è associato a qualcosa di viscido, schifoso e maleodorante. Indica la parte di qualcosa, soprattutto liquida, andata a male, non più utilizzabile. Lippa come melma fetida, posatura, fondiglio.

Poteva capitare poi che da lippa capivi “pippa” che sta per pipa, e già pensavi al nonno seduto ad uno scranno a farsi la sua bella tirata di pipa, occhi socchiusi, fronte aggrottata, pensieri buttati all’indietro, nel passato, o in una specie di stay back. E ancora lippa, pippa ed arrivavi facilmente a collegare ai tuoi primi approcci sessuali faidate e in solitudine.

Insomma lippa come la “mamma dell’aceto”, quel composto gelatinoso che si formava sul fondo del contenitore, e che la signora accanto di casa veniva a chiedere un po’ alla mamma per trasformare il suo vinello in aceto; oppure lippa come morchia, il deposito inutilizzabile dell’olio d’oliva, in dialetto ‘a mùgghije, il fango appunto.

Insomma, a tutto potevi pensare fuori che ad un divertente e bel gioco da praticare all’aperto: màzze e bustìche. Senti com’è più bello e sonoro pronunciarlo nella nostra lingua madre. E ce ne sono ancora di definizioni belle: màzze e pìveze o piùze (partenopeo), màzze e lìcche (San Severo), màzze e pìzze, màzze e cùzze.

E la sonorità del nostro termine trova conforto e riscontro, eco quasi, nel termine “catarròne”, il posto da cui parte e finisce il gioco, un quadrato tracciato con la mazza sul terreno nudo, o il coperchio metallico di una fognatura: la tana, si dice in italiano.
La tana! Ma la tana non è qualcosa di buio, di scavato in profondità, usato per rifugio da qualche animale!? Cosa ha a che fare con un gioco di strada di bambini, a cielo aperto, sotto il sole e lo sguardo di tutti!? “Catarrone” sta pure per chitarra più grande del normale invece.

E veniamo all’apoteosi, “cachèspisse”, il pegno che il perdente, o la squadra perdente, doveva pagare al vincitore portandolo a cavalluccio sulle spalle. Per questo temine sfogatevi a trovare la traduzione che più vi aggrada. Per me indica l’umiliazione che il vincitore impone al vinto: “caca, come a dire paga” e l’augurio perché questo avvenga ancora, di frequente, “spìsse”, spesso.

Due pezzi di mazza di scopa, uno più lungo, appunto la mazza, ed uno più corto, il bustico, terminante a punta alle due estremità, un posto convenuto, u’ catarròne, ed il pegno da pagare, u’ cachèspisse, tutto qui per trascorrere un po’ ti tempo in allegria all’aperto.

Più che di regole, sono interessanti le tecniche di gioco, a due o a squadre. Il colpo inferto dalla mazza al bustico aveva alcune varianti dipendenti da un mix fra bravura del giocatore, posizione del bustico e terreno di gioco.

Quando il bustico alzato a mezza altezza dal colpo di mazza su una punta veniva poi preso in pieno, si udiva un rumore sordo come un tak, e prendeva il massimo della velocità compiendo traiettorie lunghe anche 20-30 metri.
Era quindi un buon colpo, ‘na bòtte a ‘ssìcche, una botta secca. A volte, invece, il bustico veniva colpito appena, sfiorato su una punta, in questo caso il suo tragitto era breve e roteante come le ali di una farfalla, “a fraffalla”.

Se il bustico capitava in un posto accidentato così da non presentare alcuna punta libera, in una pozzanghera per esempio, o fra l’erba, era consentito un tiro detto “struscio”, cioè si impuntava la mazza al di sotto ed al centro del bustico, e tenendola con le due mani, si cercava di spostarlo su una parte di terreno più favorevole dove, il compagno di squadra successivo avrebbe trovato una situazione più vantaggiosa.
Lo struscio però comportava al giocatore che lo aveva praticato di saltare un giro nella serie dei colpi successivi. Nonostante il sacrificio del giocatore, che va visto anche come forma di altruismo, il bustico si riusciva ad allontanarlo che a meno di un metro di distanza. Era una manovra preparatoria insomma.

A volte capitava che la punta libera del bustico era quella rivolta verso il catarrone. Brutta situazione! Il bustico colpito in quella condizione si sarebbe avvicinato al catarrone invece che allontanarsi, quindi occorreva molta abilità nel colpirlo, una volta alzato, nella sua traiettoria all’indietro, con un colpo al contrario, a votàmàzze, per guadagnare qualche metro.

A volte poteva capitare che il bustico saltasse molto vicino al corpo del giocatore che non poteva sbracciare per colpirlo, ma doveva farlo frapponendo la mazza fra il suo corpo e il bustico alzato in volo, insomma una specie di sottomano, ‘nzottmàne, o di rovescio tennistico.

Fra le regole di gioco si poteva stabilire che durante il volo, la traiettoria, del bustico, questo poteva essere catturato con le mani dall’avversario a cui, per tale impresa, passava la mazza ed il comando del gioco.

Se si prevedeva un buon colpo, secco, e valutando le capacità del giocatore, gli avversari si sparpagliavano sul campo di gioco a diverse distanze per procurarsi la situazione più opportuna alla cattura. Se si prevedeva un colpo “fesso”, si restava vicini al “mazziere”.

Chi riusciva a catturare il bustico al volo, tornava tutto gioioso e felice verso il catarrone con la preda fra le mani giunte come in preghiera, quasi a dire all’avversario: “Ora prega, che sono c… tuoi”, o chiuse a coppa, cioè con “la palomma fra le mani”.

A quei tempi e a quell’età, quelle erano le “palomme” che si potevano “acciuffare”.

Chissà perché poi, mi viene sempre in mente questa canzone napoletana:
Palummella, zomba e vola
addo’ sta nennèlla mia.
Nen fermarte pe’ la via
vola, zompa a chella llà.
Co li scelle
la saluta
falle festa
attuorno attuorno
….
Raffaele de Seneen
Foggia 10 Giugno 2011

Scheda inserita il 21-07-2012 da Raffaele de SeneenHome Page

Nessun commento per questa scheda
visitatori collegati: 3
Privacy Policy